A 25 anni vedo per la prima volta nella mia vita i Punkreas: per far sì che accada devono venire a suonare a dieci minuti da casa mia ed eseguire i pezzi del primo periodo della loro ventennale carriera, quelli che bene o male conosco. In realtà non è il festeggiamento di due decadi di carriera a spingerli a fare quei brani, è la voglia di essere recensiti qui, come hanno ammesso.
Il Rockerhouse è un festival, il che significa che prima di cotanti headliner si esibiscono altri gruppi. Per primi cito i Grenouille, che fanno una nuova canzone (non credo sia una cover, ma potrei sbagliarmi) in cui si afferma che in Italia non si può fare la rivoluzione. Per il resto 3-4 dei loro classici davanti ad un pubblico sparuto, dato l'orario (prima delle 21). Ok così.
Seguo meno i due gruppi seguenti, cioè il trio livornese Eva Mon Amour e i brianzoli Veda, nell'attesa dei Leeches, che la sera prima hanno aperto per i Germs (non c'ero per colpa dei 18 euri richiesti per l'ingresso, molto punk).
Massi è infortunato alla caviglia, fatto che lo limita non poco. Riesce comunque a scaldare il pubblico, che va crescendo in quantità e scendendo in età media, anche se al 100% delle capacità motorie avrebbe potuto fare molto di più. Finale con M&M's lanciati su noi giovani e tanta allegria. Jesus Loves The Leeches, sempre.
Finalmente Punkreas. E via all'amarcord. Perché di questo si tratta, per chi ha dai 25 anni in su; forse non è lo stesso per i ragazzini in mezzo al pogo, però non posso saperlo, magari ascoltavano "Anacronistico" all'asilo. I parabiaghesi suonano più di un'ora, fanno pezzi di cui nemmeno ricordavo l'esistenza, come "Isterico", "Fegato centenario" o "Alterazione cerebrale", e altri che invece ancor oggi so cantare a memoria. Di questa categoria fanno parte "Il vicino", "Disgusto totale", "L'orologio" e "Falsi preoccupati", oltre alle canzoni che tutti i giovani ribelli hanno nel loro DNA, cioè la triade "La canzone del bosco"-"Acà toro"-"Tutti in pista". Ma il mio pensiero è sempre lo stesso, per il fascio in me non c'è posto; dal mattino e fino alla sera disonora lo stato e brucia la bandiera. Detto questo, non v'è nulla da aggiungere.
PS. In questi giorni ho visto pure i Cute Lepers. Ho "regalato" la recensione a Black Milk (la leggete qui. E Edda al Tambourine, recensito invece per Vorrei (cliccate qui per gustarvi l'articolo).
Alla fine sono riuscito a vedere anche Il Pan Del Diavolo, dopo averlo sfiorato più volte nei mesi scorsi. E devo dire che ne è valsa la pena. I 2 siculi ci sanno fare, propongono un'oretta di musica che è essenzialmente rock'n'roll rude e primitivo, con testi (che a Solza si sentivano pochini causa acustica non ottimale) per nulla scontati. 2 chitarre e una grancassa: a volte bastano queste poche cose per fare un concerto coinvolgente e assolutamente degno di essere visto e vissuto. Pietro e Gianluca infatti non si risparmiano un secondo, sudano e si dannano maltrattando le loro chitarre fino a vincere la diffidenza nordica e a spingere tutti a chiedere un bis e poi ancora un'altra canzone. Pezzi da segnalare: "Coltiverò l'ortica" e "Gin e Jack", presenti rispettivamente sull'EP uscito a inizio anno e sul demo precedente. Tra pochi mesi arriverà il disco, lo aspetto molto fiducioso.
Già che ci sono parlo pure di chi ha suonato in apertura; nulla di nuovo in realtà, il buon vecchio Arturo Fiesta, con due membri del suo circo ad accompagnarlo in questa avventura bergamasca. Anche in questo caso aspetto il disco prossimo venturo, di cui ho già parlato meno di due mesi in occasione della serata speciale al Tambourine. "Royal", "La ballerina" e "La regina del circo" fanno già presagire che sarà una gran cosa. Intanto me le godo il più possibile dal vivo, assieme a "Nozze bulgare" e agli altri pezzi di "Distratto a sud".
Bar La Muerte Night al Tambourine, il che significa serata per pochi ma con zero chiacchiere in zona bar, per una volta.
A causa di impegni precedenti mi perdo l'inizio del set di ?aloS (Sola? al contrario), nota per esser parte anche degli OvO. Ciò che vedo è probabilmente troppo oltre per me, che cerco di capire ma faccio fatica, a parte un paio di pezzi con chitarra maltrattata e voce, una specie di grindcore scarnificato. Non ce la faccio proprio invece con il finale sciamanico, che però non mi lascia indifferente.
Ciò che fa Mattia Coletti può invece essere definito folk sperimentale. Alla fine è lui con la sua chitarra o con un mandolino che fa brani strumentali oppure cantati, di impianto abbastanza classico, ma con gran sfoggio di tecnica alle 6 corde e utilizzo di qualche loop. Non male.
Però chi apprezzo di più sono i Comaneci, stasera in duo. La voce di Francesca è fantastica, dimessa ma penetrante; le canzoni sono piccoli gioielli folk, uno meglio dell'altro. Potrei fare lo stesso discorso già affrontato con Bob Corn, che non a caso ha avuto Francesca ospite sul suo disco precedente. Anche qui siamo davanti a musica universale, in grado di colpire tutti: purtroppo non accade, ma siamo in Italia ed è normale. Chi mi legge la ascolti però.
Il Live Forum è, secondo me, un abominio. Perché mai fare un locale del genere? Difficile da raggiungere, brutto e triste (grigio ovunque), con un pilone di cemento a tre metri dal palco, con cocktails a sette euro che fanno lo stesso effetto di un bicchiere d'acqua. Il tutto cercando di dare un'idea di coolness milanese di cui almeno io non sento il bisogno.
I Mùm per fortuna non sembrano risentirne sul palco, abituati come sono al freddo e buio inverno islandese nulla può intaccarli. Concerto veramente ottimo quello dei sette musicisti, un vero florilegio di idee, melodie, voci eteree: in pratica pop intelligente ed ispirato suonato alla grande.
Gran parte della scaletta è, come ci si poteva aspettare, incentrata sul nuovo disco "Singalong To Songs You Don't Know", con qualche puntata in "Go Go Smear The Poison Ivy" (che aveva canzoni nettamente inferiori secondo me, riconoscibili subito) e il bis di "Green Green Grass Of Tunnel" a rimembrare la prima parte di carriera.
Per una volta mi occupo solo di una canzone, cioè "Hullabbalabbalùù". Tre minuti o poco più di vera spensieratezza (non quella dell'indiettino leggero che spesso ci ammorba), un ritorno all'infanzia, un'imposizione di serenità e allegria a cui nessuno può resistere. Provate a sentirla, magari live con le voci eccezionali degli islandesi, e a non cantare. Sarebbe come non masticare delle Fruit Joy, a proposito di ritorni all'infanzia. Il resto della serata evoca più o meno le stesse sensazioni, ed è una gran bella fuga da questo mondo triste, almeno per un'ora e mezza.
2 sere consecutive alla Casa 139 possono avere effetti destabilizzanti, specie se il barista ti fa sconti sui cocktail. Così destabilizzanti che ci metto quasi una settimana a scrivere qualcosa (ci tengo a dirlo, non voglio che qualcuno pensi che io nella mia vita faccia cose utili).
Giorgio Canali - Casa 139, Milano
Quest'uomo merita solo e soltanto rispetto; chi osa criticarlo deve subire angherie e odio finché vive. Perché Giorgio non ha quasi più voce e dice sempre le stesse cose, però c'è solo lui a dirle. E non è poco in questa italietta che lui stesso schifa. Aggiungete a questo le sue "Lezioni di poesia", contenute non solo nell'ultimo album, ma anche nei precedenti, e una band che spacca senza se e senza ma, e avrete come risultato una serata elettrica, casinista, emozionante e coinvolgente. Se devo fare la mia classica mini-lista dei pezzi migliori ci metto la già citata "Lezioni di poesia", la verissima "Mostri sotto il letto" e l'ultra-incazzosa "Alèalè". Forse l'ho già detto in passato: preservatelo!
Giuliano Dottori - Casa 139, Milano
Giuliano ha vent'anni meno di Giorgio e di strada deve ancora farne parecchia, però già il secondo passo (cioè il nuovo disco "Temporali e rivoluzioni") è un bel salto in avanti. Rispetto a Canali siamo su altri lidi, più mansueti sia musicalmente sia dal punto di vista della verve sul palco (non ci sono testate ai microfoni, per esempio). Concerto comunque più che buono il suo: le nuove canzoni girano già bene, le vecchie si inseriscono senza problemi in scaletta. Visto che di "Alibi" e "Nel cuore del vulcano" ho già parlato bene in passato, mi concentro sull'attualità. E dico che "Catene e gioie fragili" è la mia preferita della serata, col suo incedere classic rock che a noi nostalgici scalda sempre il cuore; cito poi anche "La tua casa è piena", che già nei mesi scorsi mi aveva convinto. e il singolo "Chiudi l'emergenza nello specchio", meno leggera di quanto possa sembrare (forse per il video indie-pop). Ci si rivede nei prossimi mesi.
Quest'anno mi mancava solo un gruppo dell'ondata UK 82 per completare il mio viaggio negli anfratti del "vecchio" punk. Mi sono venuti in soccorso i GBH, sbarcati al Magnolia in una fredda sera novembrina per dimostrare di essere ancora in forma e in grado di fare un concerto di intensità musicale altissima.
Un'ora e mezza di punk tiratissimo, un vero muro di suono veloce, potente e rumoroso (mi pare si dica hardcore) eretto dalla classica formazione chitarra-basso-batteria. Se a questo aggiungiamo un'ottima prestazione del frontman Colin "Col" Abrahall, in formissima nonostante i cinquanta e passa anni, probabilmente il meno imbolsito tra i musicisti "maturi" da me visionati negli ultimi mesi, il risultato è esplosivo e più che convincente.
Il momento da me più atteso era quello di "Sick Boy", che arriva e se ne va come un rullo compressore sui timpani, esaltandomi non poco. Impossibile poi non citare l'accoppiata delle due title-track dei primi dischi degli inglesi, cioè "City Baby Attacked By Rats" e "City Baby's Revenge", messe una in fila all'altra senza interruzioni, oltre alla cover di "White Riot", resa in maniera assolutamente degna sia a livello musicale sia "spirituale". In definitiva, lunga vita ai GBH, lunga vita al punk.
PS: il report sui due concerti "americani" svoltisi la scorsa settimana al Tambourine è visibile qui
Ormai ho quasi smesso di pormi domande e di indignarmi per l'assoluta mancanza di meritocrazia in Italia. In alcuni casi però le questioni insolute mi si ripresentano con forza: per esempio quando vedo Bob Corn iniziare un concerto davanti a 8 persone. Va bene che siamo ad Arcore, città che evoca spettri ingombranti, ed è giovedì sera e imperversa Dr. House, ma come sia possibile che così pochi vogliano vedere suonare quello che probabilmente è uno dei migliori cantautori "chitarra-voce" non solo in Italia ma probabilmente nel mondo (smentitemi, se riuscite) resta per me un mistero e un motivo di rabbia. Rabbia che non passa con l'aumento del numero dei presenti, che arriva a circa 20, numero ancora insufficiente.
Tizio (altro nome di Bob) se ne frega e suona una dozzina di canzoni, semplici semplici ma in grado di creare attimi di magia. Questo accade sia con i suoi brani sia con le cover, che questa volta abbondano, cantate come in spiaggia tra amici. Della prima categoria fanno parte "My Sweet, We're Bright", "You're Beautiful", "Nobody Comes" (o Come), "Reds Between Blacks" (su mia richiesta maleducata), "Wearing Wings" (probabilmente la migliore in assoluto) e le nuove "O Dolores!" e "Passion, No Fashion", che continuano ottimamente il discorso musicale di Bob. Nella seconda vanno invece annoverati omaggi ad amici, cioè Majirelle e Comaneci, e a grandi artisti, con l'esecuzione di "She Floated Away" degli Husker Du, di "A Minor Place" di Bonnie Prince Billy e di "Soaps" degli Arab Strap, quest'ultima assolutamente favolosa. Al di là dei nomi delle canzoni ciò che rimane è la sensazione di aver assistito a qualcosa di veramente grande nella sua semplicità, qualcosa che meriterebbe molto più seguito ed interesse. Seguitemi il 20 dicembre al Magnolia oppure cercatelo in giro per il mondo, lo troverete con la sua chitarra, un bicchiere di vino e un talento enorme ed educato che vi aspetta.
Non mi ero reso conto di quanto mi mancassero i Perturbazione fino a queste ultime due settimane. Eppure mi mancavano tantissimo, specialmente in questo ultimo periodo in cui sono emersi anche dei buoni sentimenti da quella palude buia che era la mia anima.
Detto questo, che potrebbe aprire discussioni tra i lettori a me più vicini, non mi resta che parlare del concerto al Magnolia. Non c'è sold out, ma una partecipazione comunque buona, a dimostrare che i sei piemontesi sono ancora nel cuore di molti, non solo nel mio.
Ed è un gran bel concerto, che parte un po' a sorpresa con "Se Mi Scrivi" e continua per un'ora e mezza snocciolando una quindicina di brani a formare una specie di best of della band. Non mancano quindi "Senza una scusa", "Un anno in più", "Leggere parole", "Quando si fa buio", "Dieci anni dopo" e tutte le altre canzoni che li hanno resi, come scritto su non mi ricordo che sito, dei pesi massimi del romanticismo. Il vertice emozionale si raggiunge naturalmente su "Agosto", classico tra i classici, uno dei migliori pezzi mai scritti in Italia nella storia, a parere di chi scrive. E ancora su "Mi piacerebbe" e "La Rosa dei 20", cantati da Tommaso in mezzo al pubblico, pari tra i pari, uno di noi davvero.
Chiudo citando i nuovi brani, cioè "Del nostro tempo rubato" e "Mao Si Tung" (o "China Seega" o come si chiama), che mi danno la certezza che la storia dei Perturbazione continuerà alla grande e sarà ancora capace di stupire. Preserviamoli.
La mia capacità di mobilitare persone, basata sulla mistica aurea di infallibilità musicale che mi accompagna, raggiunge uno dei suoi massimi picchi in occasione dell'arrivo all'Acropolis, ridente circolo Arci situato in mezzo al nulla dalle parti di Vimercate, di Fabrizio Coppola. Riesco infatti a portare con me un contingente di ben 6 unità, quota superata in precedenza solo con gli Afterhours, mica cazzi.
Con me e i miei sodali schierati sotto il palco a formare un fan club non ufficiale il concerto non delude, come al solito. Un'ora e mezza di rock semi-acustico, conclusa da una versione spettacolare e hendrixiana di "All Along The Watchtower" (dopotutto, se anche Dylan la suona così...), preceduta da brani da tutti i dischi e da un altro paio di cover, cioè "I Fought The Law", come già sentita al Milano Film Festival, e "Running To Stand Still" degli U2 (che non ho riconosciuto, lo ammetto), declinata per sola chitarra e voce, molto molto emozionante.
Tra i brani autografi cito come sempre "Tutto resta uguale" e la più rabbiosa che mai "Volontà", oltre a "L'altalena", che ha il grande pregio di ricordare a tutti che non si può cadere per sempre, "La stupidità", che purtroppo resterà attuale ancora a lungo, e "Radici", livida e dolente.
La prossima volta ne porto 12. Ce la farò. Intanto grazie ai presenti e ancora una volta a Izzio.
Sono tornati! E sono sempre loro, la macchina da guerra live che ha scandito nel bene e nel male gli ultimi due anni della mia vita.
"A sangue freddo" è un disco diverso dal precedente, non deflagra subito, si infila sottopelle pian piano e sono sicuro che ci resterà, perché ha tanto da dire e lo fa a volte in modi inaspettati, a volte più "classici", ma sempre convincenti.
E' così anche dal vivo, a parte forse "Direzioni diverse", con l'intro elettronica che si discosta un po' troppo dai suoni che ci si aspetta dal Teatro e rischia di annoiare prima dell'ingresso delle chitarre. Ma sono solo i primi 2 minuti su 100 e presto si dimenticano, travolti dal fiume in piena del noise rock orrorifico. Ogni pezzo è un pugno in faccia, la scaletta mescola canzoni vecchie e nuove facendo capire che la rabbia e la voglia sono sempre le stesse, se non di più. Mai avrei pensato nella mia vita di cantare e urlare una canzone dedicata ad un poeta nigeriano, ma "A sangue freddo" me lo fa fare. Stesso discorso per "Padre Nostro", che riprende la famosa preghiera (notare la mia enorme ironia) per poi demolirla a parole e con il rumore, e per "Majakovskij", interpretata da Capovilla con una foga e una convinzione commoventi. Altre nuove da citare assolutamente sono poi "Mai dire mai" e "E' colpa mia", veri e propri assalti ai timpani e all'anima, perfettamente in grado di sostenere il confronto con le canzoni del primo disco. Che, come detto, non sono mancate. Grande gioia in particolare per il sacro terzetto composto da "Vita mia", "Dio mio" e "E lei venne", così come per "Il turbamento della gelosia" e "La canzone di Tom", sempre più epica.
In definitiva gran disco, gran concerto e pure gran finale, con Capovilla che surfa fino al fondo del tendone sulle nostre teste. Spettacolo nello spettacolo, questo è rock'n'roll.
Mi avrete soltanto con un colpo alle spalle! Io non mi arrendo!